Categoria: Nessuna
Tipo documento: Ordinanza Corte di Cassazione
Data provvedimento: 05-04-2018
Numero provvedimento: 15017
Tipo gazzetta: Nessuna

Indicazioni geografiche e denominazioni di origine - Contraffazione - Falsa dichiarazione sull'azienda agricola di provenienza di fusti di vino - Produzione di analoghi vini con qualifica IGT - Contraffazione del marchio indicato in etichetta.

ORDINANZA

(Presidente: dott. Piero Savani - Relatore: dott. Aldo Aceto)

sul ricorso proposto da:

VANIN SANDRO nato il 03/07/1957 a MIRANO

avverso la sentenza del 30/01/2017 della CORTE APPELLO di VENEZIA

dato avviso alle parti;

sentita la relazione svolta dal Consigliere ALDO ACETO; 

RITENUTO IN FATTO E CONSIDERATO IN DIRITTO

1. Il sig. Sandro Vanin ricorre per l'annullamento della sentenza del 30/01/2017 della Corte di appello di Venezia che, rigettando la sua impugnazione avverso quella del 14/05/2015 del Tribunale di quello stesso capoluogo, lo ha definitivamente condannato alla pena (principale) di un anno e sei mesi di reclusione e 5.000,00 euro di multa (oltre pene accessorie e statuizioni civili di condanna) per il reato di cui agli artt. 81, cpv., 515, 517-bis, 473, 61, n. 2, cod. pen., perché, quale amministratore di fatto e responsabile commerciale della società «Maxi Drink S.r.l.», aveva consegnato alla società «SRS S.r.l.» fusti di vino del tipo "Verduzzo", "Cabernet" e "Raboso" dichiarando falsamente che provenivano dall'azienda agricola «Cà di Rajo», produttrice di analoghi vini con qualifica I.G.T., della quale aveva anche contraffatto il marchio apposto sulle etichette. Il fatto è contestato come commesso in Venezia nell'agosto dell'anno 2009.

1.1. Con il primo motivo, lamentando che la Corte di appello, reiterando l'errore del primo giudice, ha ritenuto provato il suo ruolo sostanziale di amministratore di fatto della società fornitrice del vino adulterato, eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l'erronea applicazione e l'inosservanza dell'art. 515, cod. pen., e vizio di manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione nella parte in cui non considera che in base alle prove assunte nel corso del processo egli aveva cessato la fornitura di vini nel periodo in contestazione.

1.2.Con il secondo motivo, che riprende gli argomenti dedotti con il primo, eccepisce, ai sensi dell'art. 606, lett. b) ed e), cod. proc. pen., l'erronea applicazione e l'inosservanza dell'art. 473 cod. pen., e vizio di manifesta illogicità e contraddittorietà della motivazione. 

2. Il ricorso è inammissibile perché, oltre ad essere generico, è proposto al di fuori dei casi consentiti dalla legge nella fase di legittimità.

3.Ricorda, a tal fine, questa Corte che: a) l'indagine di legittimità sul discorso giustificativo della decisione ha un orizzonte circoscritto, dovendo il sindacato demandato alla Corte di cassazione essere limitato - per espressa volontà del legislatore - a riscontrare l'esistenza di un logico apparato argomentativo sui vari punti della decisione impugnata, senza possibilità di verificare l'adeguatezza delle argomentazioni di cui il giudice di merito si è avvalso per sostanziare il suo convincimento, o la loro rispondenza alle acquisizioni processuali. L'illogicità della motivazione, come vizio denunciabile, deve essere evidente, cioè di spessore tale da risultare percepibile "ictu oculi", dovendo il sindacato di legittimità al riguardo essere limitato a rilievi di macroscopica evidenza, restando ininfluenti le minime incongruenze e considerandosi disattese le deduzioni difensive che, anche se non espressamente confutate, siano logicamente incompatibili con la decisione adottata, purché siano spiegate in modo logico e adeguato le ragioni del convincimento (Sez. U, n. 24 del 24/11/1999, Spina, Rv. 214794); b) la mancanza e la manifesta illogicità della motivazione devono risultare dal testo del provvedimento impugnato, sicché dedurre tale vizio in sede di legittimità significa dimostrare che il testo del provvedimento è manifestamente carente di motivazione e/o di logica, e non già opporre alla logica valutazione degli atti effettuata dal giudice di merito una diversa ricostruzione, magari altrettanto logica (Sez. U, n. 16 del 19/06/1996, Di Francesco, Rv. 205621), sicché una volta che il giudice abbia coordinato logicamente gli atti sottoposti al suo esame, a nulla vale opporre che questi atti si prestavano a una diversa lettura o interpretazione, munite di eguale crisma di logicità (Sez. U, n. 30 del 27/09/1995, Mannino, Rv. 202903); c) il travisamento della prova è configurabile quando si introduce nella motivazione una informazione rilevante che non esiste nel processo o quando si omette la valutazione di una prova decisiva ai fini della pronuncia; il relativo vizio ha natura decisiva solo se l'errore accertato sia idoneo a disarticolare l'intero ragionamento probatorio, rendendo illogica la motivazione per la essenziale forza dimostrativa del dato processuale/probatorio (Sez. 6, n. 5146 del 16/01/2014, Del Gaudio, Rv. 258774; Sez. 2, n. 47035 del 03/10/2013, Giugliano, Rv. 257499).

3.1.Ne consegue che: a) il vizio di motivazione non può essere utilizzato per spingere l'indagine di legittimità oltre il testo del provvedimento impugnato, nemmeno quando ciò sia strumentale a una diversa ricomposizione del quadro probatorio che, secondo gli auspici del ricorrente, possa condurre il fatto fuori dalla fattispecie incriminatrice applicata; b) l'esame può avere ad oggetto direttamente la prova quando se ne denunci il travisamento, purché l'atto processuale che la incorpora sia allegato al ricorso (o ne sia integralmente trascritto il contenuto) e possa scardinare la logica del provvedimento creando una insanabile frattura tra il giudizio e le sue basi fattuali; c) la natura manifesta della illogicità della motivazione del provvedimento impugnato costituisce un limite al sindacato di legittimità che impedisce alla Corte di cassazione di sostituire la propria logica a quella del giudice di merito e di avallare, dunque, ricostruzioni alternative del medesimo fatto, ancorché altrettanto ragionevoli.

3.2.Dal testo della sentenza impugnata risulta con estrema chiarezza quanto segue: a) l'odierno ricorrente si presentava abitualmente come titolare e/o direttore commerciale della «Maxi Drink S.r.l.», società formalmente amministrata dalla sua compagna, irrevocabilmente assolta per non aver commesso il fatto; b) i clienti della società avevano rapporti solo con lui; c) anche i Nas CC avevano riscontrato il ruolo di gestore di fatto esercitato dall'imputato; d) le contestazioni sulla fornitura del vino di cui alla rubrica erano state fatte a lui che, invece di negare il proprio coinvolgimento, aveva dato risposte rassicuranti sulla provenienza e qualità del prodotto; e) solo dopo i fatti per cui è processo aveva interrotto le forniture; f) l'ipotesi difensiva che terze persone possano aver apposto le false etichette, oltre a costituire una forzatura logica, è rimasta del tutto priva di riscontri.

3.3. Il tentativo del ricorrente di riproporre, in questa sede, le deduzioni fattuali poste a base dell'appello è evidente, atteso l'inammissibile richiamo alle fonti di prova delle quali non viene nemmeno eccepito il decisivo travisamento. Peraltro, la reiterazione degli stessi argomenti difensivi disattesi dal giudice di merito rende generico il ricorso per cassazione nel quale non sono nemmeno contestate le circostanze fattuali addotte dalla Corte di appello per respingere la tesi difensiva della estraneità dell'imputato ai fatti. E' infatti inammissibile il ricorso per cassazione fondato su motivi non specifici, ossia generici ed indeterminati, che ripropongono le stesse ragioni già esaminate e ritenute infondate dal giudice del gravame o che risultano carenti della necessaria correlazione tra le argomentazioni riportate dalla decisione impugnata e quelle poste a fondamento dell'impugnazione (Sez. 4, n. 18826 del 09/02/2012, Pezzo, Rv. 253849; Sez. 4, n. 256 del 18/09/1997, Ahmetovic, Rv. 210157; Sez. 4, n. 5191 del 29/03/2000, Barone, Rv. 216473; Sez. 1, n. 39598 del 30/09/2004, Burzotta, Rv. 230634; Sez. 4, n. 34270 del 03/07/2007, Scicchitano).

4. Alla declaratoria di inammissibilità del ricorso (che impedisce di rilevare l'eventuale prescrizione maturata successivamente alla sentenza impugnata) consegue, ex art. 616 cod. proc. pen., non potendosi escludere che essa sia ascrivibile a colpa del ricorrente (C. Cost. sent. 7-13 giugno 2000, n. 186), l'onere delle spese del procedimento nonché del versamento di una somma in favore della Cassa delle ammende, che si fissa equitativamente, in ragione dei motivi dedotti, nella misura di € 3.000,00.

P.Q.M.

Dichiara inammissibile il ricorso e condanna il ricorrente al pagamento delle spese processuali e della somma di € 3.000,00 in favore della Cassa delle Ammende.

Così deciso il 29/11/2017 

Depositata in cancelleria il 5 aprile 2018